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C’era una volta la terza stagione della serie televisiva Once Upon A Time (c’era una volta in Italia), che si è conclusa in maniera più che soddisfacente. Questa stagione, in realtà, è stata costituita da due archi narrativi separati, legati unicamente dalla conclusione del primo al termine della prima metà (il mid-season in America, in pratica prima delle vacanze di Natale). Entrambi sono stati più che dignitosi, con nuovi personaggi abbastanza inquietanti e uno sviluppo psicologico dei protagonisti tutto sommato coerente con quanto fatto fino ad ora.

Lasciamoci quindi trasportare sull’isola che non c’è e nel meraviglioso mondo di Oz, che non sono proprio quello che ci aspettavamo che fossero, proprio come accade per tutti i mondi e i personaggi dell’incantato mondo di Once Upon A time, e godiamoci i momenti di pura cattiveria del cattivo di turno.

Un consiglio: ogni puntata è stata studiata per terminare con un colpo di scena, un cliffhanger per lasciarti sospeso ad interrogarti come si evolverà la situazione. Il binge watching (= guardare tutte le puntate l’una appresso all’altra in un’unica giornata) può forse rovinare questo effetto.

Voto complessivo 7/10

 

 

SpoilsSi tratta di una miniserie che fa la parodia alle miniserie. Surreale, con una recitazione volutamente esagerata, con una trama improbabile senza molto senso logico, con scenari finti in maniera evidente, con manichini al posto di un paio di attori, riesce a prendere in giro gli sceneggiati americani degli anni passati, strappando un sorriso senza riuscire, però, ad essere esilarante.

Si tratta dunque di un interessante esperimento, soprattutto per quanto riguarda la prova dei bravissimi e famosissimi attori (Tobey McGuire e Tim Robbins tra gli altri), che spesso hanno delle battute lunghissime, dei sontuosi dialoghi che fanno apprezzare la loro abilità recitativa.

Insomma più che la storia, la serie intrattiene per la recitazione, più che uno scimmiottamento del genere si tratta forse di una messa in ridicolo della recitazione esagerata e fuori contesto, che, purtroppo, troviamo in molti sceneggiati italiani contemporanei.

Vale la pena di vedere questo esperimento, anche perché sono solo sei puntate di 30 minuti ciascuna, per passare tre ore con un sorriso sulle labbra, apprezzando anche la scenografia studiatissima.

Voto complessivo 7/10

AMC’s The Killing (stagione 3)

Pubblicato: 12 settembre 2013 in Uncategorized
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Dopo le prime due stagioni, sconvolgenti dal punto di vista emotivo, torna per una terza stagione The Killing della AMC. Seattle è ancora lo scenario di delitti, la cui narrazione ti prende allo stomaco e ti lascia con un forte senso di ansia e disagio. Sebbene la città in questa terza stagione non appaia costantemente flagellata dalle piogge, anzi a volte è anche piena di sole, la speranza sembra pian piano abbandonare tutto e tutti, in uno schema che potremmo definire “e vissero tutti infelici e scontenti”.

Va detto che la stagione non è all’altezza delle prime due, con evidenti cali di tensione nella parte centrale, racchiusa però da un inizio stravolgente ed estraniante (di cui avevamo già parlato in questo blog) e da un finale che ti lascia con la bocca aperta mentre scorrono i titoli di coda, a metà tra lo stupito e lo sconvolto.

Indubbiamente, senza la bravura dei protagonisti questo telefilm sarebbe stato solo un crudo poliziesco invece della tempesta emotiva che è per cui ve lo consiglio, cercate però di essere pazienti nelle puntate centrali in cui la trama rallenta un po’.

Ah, e potete guardare questa terza stagione anche se non avete visto le prime due.

Voto complessivo 8/10

In questo blog avevamo già pubblicato un post alla conclusione della prima parte della seconda stagione, in cui esprimevamo le nostre perplessità riguardanti l’andamento tortuoso che stava prendendo la serie, augurandoci un rinsavimento degli autori.

In parte c’è stato, ma solo in piccola piccolissima parte.

La seconda stagione è lontana anni luce dalla lucida, tremenda bellezza della strada di vendetta così ben rappresentata nella prima: si fa sempre più tortuosa, con cambi di casacca dei personaggi inesplicabili e inspiegati. Peccato, la perfidia consapevole della protagonista ci aveva appassionato nella prima stagione, ma qui si perde in mille intrighi, poco chiari e con i personaggi dai comportamenti non coerenti.

Insomma, potevano fare di più.

Voto complessivo seconda stagione 6/10 tendente al 5…

downton abbey il castValanghe di premi hanno investito questo telefilm e ora, dopo averne visto tre stagioni e i due speciali natalizi posso dire che l’ho trovato abbastanza noioso.

Per carità, la ricostruzione storica sarà pure accurata (si svolge all’inizio del 900, nello Yorkshire), la recitazione degli attori sarà impeccabile, la lingua sarà ricercata (ci sono alcuni errori storici ben perdonabili) e alcune battute veramente raffinate, si piange e si ride, ma tutto ciò non basta.

La trama è stiracchiata, incentrata sull’interazione tra aristocrazia e servitù (o tra membri della stessa classe sociale) con problematiche tipiche di questo mondo, che però risultano veramente poco interessanti nella serialità: possono andare bene in un film (vi dice niente quel capolavoro di film intitolato Quel che resta del giorno? Ecco non c’entra nulla con questo telefilm) o in un libro (con tema simile vi consiglio Snob, sempre di Julian Fellows, il creatore di Downton Abbey), in cui le vicende sono legate in una trama unitaria e limitata nel tempo.

In questo telefilm le sottotrame spesso si trascinano per puntate e puntate per poi risolversi all’improvviso magari con una lettera o con un’alzata di sopracciglia oppure in alcune puntate sembra che non succeda nulla (Wow, hanno comprato una casa!).

Forse il problema è legato al gran numero di personaggi, ognuno dei quali merita attenzione e quindi gli autori, cercando di mescolarne le storie, son costretti a dare ad ognuno brevi flash, dimenticando a volte che stanno girando un telefilm.

L’unica nota di eccellenza, per la quale vale veramente la pena di seguire questo drama, è data da Maggie Smith, con il suo inglese e il suo atteggiamento così posh, così snob, così aristocratico, ma tanto esilarante, abbinato ad una elevata saggezza derivata dall’età e dalla consapevolezza di essere effettivamente superiore, senza il bisogno di dimostralo.

Ovviamente è da seguire rigorosamente in inglese.

Voto complessivo 6/10

Revenge

Pubblicato: 20 dicembre 2012 in 6/10, 8/10, dramma, recensione, telefilm
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revenge

Immaginate di essere una dolce bambina che vive con il papà e a cui viene fatto un torto gravissimo che vi getta nella più profonda disperazione. Fatto? Una volta diventata grande e ottenuti i mezzi necessari non vorreste farla pagare a chi quel torto lo ha causato?

Beh, non so voi, ma la protagonista di questo telefilm americano (che è Emily Van Camp, che ha recitato anche in Brothers and Sisters) ci prova.

Vagamente e molto liberamente ispirato alla storia del Conte di Montecristo di Dumas, questo serial, il cui titolo dice già tutto, parla di vendetta. Di vendetta che va consumata fredda, studiata e ponderata.

Ma vendicarsi vuol spesso dire scendere allo stesso livello di chi ha la colpa originaria, cercando di ripagarlo con la stessa moneta e spesso la protagonista si troverà a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni: sarà pronta ad andare fino in fondo?

La prima stagione è molto bella e perfidia e colpi di scena sono sapientemente mescolati. A metà strada la trama sembra un po’ sfilacciarsi, quasi come se gli sceneggiatori, sorpresi dall’enorme successo dello sceneggiato, per prolungarne la durata, abbiano dovuto allungare la storia, inventando particolari un po’ slegati dal resto delle vicende. Verso la conclusione della prima stagione la trama si riprende e si conclude magistralmente.

Nella seconda stagione, giunta ormai al termine della mid-season, gli autori sembra che vogliano strafare e ad ogni puntata succede tutto e il contrario di tutto, e non sai più chi sia il buono, chi sia il cattivo, chi sia il buono che si finge cattivo o il cattivo che si finge buono che si finge cattivo. Insomma: si fa confusa.

Speriamo che al riprendere della stagione la rotta venga ritrovata per regalarci un grande vendicativo finale.

Voto prima stagione 8/10

Voto seconda stagione (prima parte (6/10)

HomelandPensavate che dopo 24 non si potessero più girare dei telefilm con il terrorismo e la lotta al terrorismo quali argomenti principali? Ebbene avevate ragione.

Homeland, serial americano trasmesso dal canale via cavo Showtime, parla del terrorismo, della patria, della guerra al terrore, ma va ben al di là del telefilm d’azione, con la classica lotta tra buoni e cattivi, tutta inseguimenti e sparatorie.

All’inizio, ad uno spettatore superficiale, può sembrare un telefilm molto schierato, ma niente è come sembra e solo lasciando che i personaggi rivelino quello che sono realmente potrete apprezzare appieno questa serie. Già, perché la lotta al terrorismo non è più come era lo spionaggio durante la guerra fredda, in cui ciascuna parte sapeva (o credeva di sapere) dove e quale fosse il nemico. Adesso il nemico lo devi capire, il pericolo lo devi intuire e spesso il bad guy è anche il tuo vicino di casa.

Recitato magistralmente, la prima stagione ha una trama lineare, che si svela a mano a mano che la storia procede, puntata dopo puntata, in maniera impeccabile, tanto da meritarsi un Golden Globe e qualche Emmy, tanto per dire.

La seconda stagione invece procede col botto, anzi con una serie di botti! probabilmente gli sceneggiatori hanno trovato un ottimo spacciatore: ogni puntata ti lascia con la bocca spalancata mentre ti domandi “no! e mo’? e adesso che succede?”.

Non so se rendo l’idea.

Quindi, guardate questa serie: la prima stagione potete anche spararvela in un fine settimana con un DVD dopo l’altro, ma per la seconda vi consiglio di lasciar passare del tempo tra una puntata e l’altra per godervi quella suspense che gli sceneggiatori hanno pensato e creato per noi spettatori.

voto complessivo 9/10