La grande bellezza di Paolo Sorrentino

Pubblicato: 7 giugno 2013 in 9/10, film
Fotogramma dal film

Toni Servillo in un fotogramma del film; sullo sfondo l’acquedotto Felice a Roma

Impossibile pensare di ambientare questo film in una città diversa da Roma.

La città più bella del mondo, ma anche la più caotica e la più indolente, la più suasiva e la più sfuggente, la più mondana e la più isolante e estraniante, che può irretire con i suoi tramonti, con i suoi profumi, con le sue feste sboccate e i suoi party ingessati, dove una spogliarellista può trovarsi a fianco di un Cardinale, senza che nessuno dei due lo trovi strano.

Che meraviglia questo film, un viaggio nella decadenza e nell’apparenza, dove è meglio non dire esattamente quello che si pensa, perché potrebbe essere terribile e conviene vivere una vita di eccessi alternati a momenti di intima contemplazione delle antiche bellezze di questa città, che possono calmarti e darti pace: per non ridurti in macerie puoi contemplare dei ruderi.

Solo qualcuno al dal di fuori delle nostre vite può ricordare dove può essere la vera grande bellezza.

Una parola sul grande cast, attori (e non) italiani (e non) all’apice della loro bravura! Sorprendenti!

voto complessivo 9/10

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commenti
  1. mamiche ha detto:

    sì sì, un film da non perdere. Ultimamente non capita spesso di ridere con intelligenza. E per avere un affresco della società romana così efficace, emblematica forse per l’Italia tutta, che unisca bellezza e squallore morale bisogna andare indietro alla Dolce Vita di Fellini, a cui, inevitabilmente, tutti associano il film. Ci uniamo allo sguardo del giornalista flaneur Jep Gambardella, approfittando del vantaggio di seguire il suo passo morbido e fascinoso nel farsi strada – sicuro, arrogante, arbiter del gusto e del successo mondano – negli ambienti esclusivi, nelle terrazze inaccessibili, negli appartamenti modesti, negli appuntamenti culturali raffinati, nelle pratiche clandestine.
    Ultimamente rifletto sulla bellezza: la sua capacità di irretire, di trascendere l’etica e la morale e infine di redimere l’orrore del nulla mi mette in crisi. Insomma, pare che il senso ultimo delle cose (non solo delle persone voglio dire) sia la loro capacità di stare accanto l’una all’altra e, con la giusta luce, apparire come una forma elevata dello spirito. Questo sembra essere ciò che rende le cose rilevanti, questo sembra ciò che ad ogni alba si ripropone: non solo la bellezza della freschezza, nè quella raggelata dal botulino, ma tutto insieme il rudere e la pietra giovane, e il tempo che le consuma. Roma, insomma.

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